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lo Stemma

 

«Il sigillo della Congregazione è formato da una croce con la lancia e la spugna, posti su tre monti; ai lati della croce figurano i nomi abbreviati di Gesú e di Maria; sopra la croce, un occhio con raggi luminosi; in cima a tutto una corona. Intorno al sigillo si legge: “Copiosa Apud Eum Redemptio” (cf. Salmo 129,7)».

 

        Fin dall’inizio della fondazione si vide la necessità di avere un sigillo con il quale garantire legalmente i documenti che si dovevano presentare alle autorità civili o religiose per l’approvazione dell’istituto, delle sue regole e delle nuove fondazioni. Per cui S. Alfonso e i suoi primi compagni scelsero alcuni simboli religiosi che, in qualche modo, indicavano l’idea o finalità del nuovo istituto, aggiungendo alcuni elementi decorativi che seguivano, più o meno, le norme dell’araldica.

       L’elaborazione del sigillo richiese vari anni, ma non sappiamo con precisione tutti i passi che si diedero fino a giungere ad un sigillo definitivo. Nella Casa Anastasio, Scala, c’è un grafito, attribuito al Fr. Vito Curzio, che si considera come il primo stemma dell’istituto. Nella parete, vicino al forno, si vede la croce su un monte, la lancia, la spugna, una scala, con la data 1738. Il sigillo della Congregazione rimase praticamente definito prima della approvazione pontificia delle Regole (1749), come si vede negli atti dell’Assemblea capitolare del 1747. Il segretario aveva scritto: Il sigillo: la croce su tre monti, e al di sopra della croce l’occhio raggiante. S. Alfonso cancellò queste ultime parole, e aggiunse: la croce con la lancia e la spugna, e a lato i nomi di Gesú e di Maria. Al di sopra della croce un occhio raggiante, con in cima la corona. In questo sigillo, che pare disegnato da S. Alfonso, c’è anche il motto Copiosa apud eum redemptio e lo stemma si appoggia su due piccoli rami. Quest’ultimo dettaglio non si ritrova in questo modo su nessun sigillo o stemma, e mai venne tenuto in conto nella legislazione della Congregazione.

 

Lo stemma e il suo simbolismo

 

       Nell’araldica un occhio dentro a un triangolo equilatero è simbolo della Trinità. Mancando qui il triangolo, l’occhio può essere interpretato anche come lo sguardo misericordioso di Dio verso l’umanità, cioè la provvidenza divina. Elementi araldici, complementari o di adorno, possono considerarsi la corona (di marchese) e il ramo di palma, di alloro e di ulivo. La corona sopra lo stemma si può interpretare come la corona di gloria che si merita con la perseveranza nella vocazione. La stessa interpretazione di trionfo e di premio può darsi alla palma, ulivo o alloro. Le tre cime del monte non hanno un valore simbolico special; è il modo normale di rappresentare un monte secondo le norme dell’araldica. Non sappiamo che cosa mosse S. Alfonso e i suoi compagni a scegliere gli elementi che compongono il sigillo-stemma della Congregazione. I simboli scelti si giustificano da soli come espressione del fine e della spiritualità di un istituto missionario sotto il nome del Santissimo Salvatore. Tuttavia alcuni biografi di S. Alfonso considerano che in qualche modo hanno influito nella elaborazione del sigillo i fatti straordinari che hanno avuto luogo a Scala durante l’esposizione del Santissimo Sacramento, specialmente nel triduo precedente alla fondazione dell’Istituto il 9 di novembre del 1732.

 



Una curiosità storica - lo stemma del Collegio dei Cinesi a Napoli

 

 

A metà giugno 1729, alla vigilia dei trentatré anni, scoccò anche per Alfonso l’ora di lasciare definitivamente la casa paterna. “Vattene dal tuo paese, dalla tua patria e dalla casa di tuo padre, verso il paese che io ti indicherò” (Gen. 12, 1):  Alfonso partì, all’improvviso sembra. Come Abramo - ma forse ne aveva coscienza - “partì senza sapere dove andava” (Ebr. 11, 8). Non entrò tra gli Oratoriani del suo cuore e del suo primitivo progetto, ma al Collegio dei Cinesi, perché aveva un’idea ben precisa nella testa o almeno un’altra ricerca... partire missionario per la Cina

 

Entrando nel Collegio dei Cinesi (oggi Ospedale Regina Elena) sulla volta dell'androne è possibile ammirare lo stemma fatto dipingere da Matteo Ripa. Non passa inosservata l'incredibile somiglianza con lo stemma dei Redentoristi. Avendoci vissuto dal 1729 al 1732, quasi certamente Alfonsò si sarà ispirato ad esso nel pensare al sigillo della Congregazione da lui fondata

 

lo stemma del Collegio dei cinesi

particolare

Il Collegio dei Cinesi, venne fondato da Matteo Ripa, sacerdote secolare e missionario, che dal 1711 al 1723 aveva lavorato, in qualità di pittore ed incisore su rame, alla corte dell’imperatore mancese Kangxi. Egli condusse con sé, al suo ritorno a Napoli, avvenuto nel novembre 1724, quattro giovani cinesi, primo nucleo della istituzione. Sarà Clemente XII, con breve del 7 aprile 1732, ad offrire un riconoscimento ufficiale al Collegio dei Cinesi, che aveva come scopo la formazione religiosa e l’ordinazione sacerdotale di giovani cinesi destinati a propagare il cattolicesimo nel loro paese.

Tra gli scopi del Collegio era prevista in origine anche la formazione di interpreti, esperti nelle lingue dell’India e della Cina, al servizio della Compagnia di Ostenda, costituita per stabilire rapporti commerciali tra i paesi dell’Oriente Estremo e l’Impero Asburgico, nel cui ambito rientrava il Regno di Napoli. Al Collegio si era aggiunto, già ai tempi di Matteo Ripa, un convitto per l’educazione a pagamento di giovani napoletani, convitto ove nel Settecento soggiornarono, tra gli altri, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori e il venerabile Gennaro Sarnelli.

 

 

Copiosa apud eum redemptio

      Spesse volte S. Alfonso usa nei suoi scritti queste parole del salmo, e sempre con l’intenzione dichiarata di stimolare la fiducia del peccatore nella misericordia infinita di Dio, poiché per mezzo di Gesù Cristo, con l’opera della redenzione, ha manifestato il suo immenso amore a tutti gli uomini nel perdonare i nostri peccati e nel farci figli suoi. La redenzione è la prova che Dio ci ama ed ha misericordia di noi, perché ci perdona e ci ricolma di beni. Nel suo libro Traduzione dei salmi e dei cantici del divino ufficio, nell’introduzione al salmo 129, S. Alfonso indica il senso fondamentale di questo salmo come espressione della fiducia del peccatore nella misericordia divina per mezzo di Gesù Cristo: «In questo salmo si considerano i giudeí prima della liberazione dalla schiavitù di Babilonia. Serve quindi per ogni peccatore che, oppresso dal peso dei suoi peccati, chiede aiuto a Dio».

      La redenzione è copiosa non solo perché ci libera dal peccato e da tutti i suoi effetti, ma perché ci da anche vita nuova in Cristo. Ciò S. Alfonso lo esprime ponendo in relazione al verso 7 del salmo 129 con altri testi che parlano dell’«abbondanza» di grazia e di vita nuova, specialmente Gv 10,10: Io sono venuto perché abbiano vira e l’abbiano in abbondanza; e anche Rom 5,15: Ma con il dono non succede come con il delitto e Rom 5 20: Dove abbondó il peccato sovrabbondó la grazia.

      In sintonia con S. Alfonso, le costituzioni prendono la redenzione nel suo senso più ampio, quando, nella Cost. 6, descrivono i Redentoristi come «servi umili e audaci del Vangelo»: «Nel loro annuncio, proclamano la redenzione copiosa: cioè, l’amore del Padre “che ci ha amati per primo, ci ha mandato il suo Figlio come propiziazione per i nostri peccati” (1Jn 4,10), e vivifica con lo Spirito Santo coloro che credono im Lui. Questa redenzione prende la persona nella sua totalità, e perfeziona e trasfigura tutti i valori umani affinché tutto incontri la sua unità in Cristo (cfr. Ef 1,10; 1Cor 3,23) e sia condotto al suo fine: la terra nuova e il cielo nuovo (cfr. Apo 21,1)».

     In occasione del terzo centenario della nascita di S. Alfonso (1996), Papa Giovanni Paolo II definisce il significato della copiosa redenzione: «Bisogna mettere in risalto, come S. Alfonso, la centralità di Cristo come mistero della misericordia del Padre in tutta la pastorale. I Redentoristi non devono stancarsi mai di annunciare la copiosa redemptio, vale a dire, l’amore infinito con cui Dio in Cristo si inchina verso l’umanità, cominciando sempre da coloro che hanno più bisogno di essere sanati e liberati, perché sono i più condizionati dalle conseguenze nefaste del peccato».

 

 

       Spesse volte S. Alfonso usa nei suoi scritti queste parole del salmo, e sempre con l’intenzione dichiarata di stimolare la fiducia del peccatore nella misericordia infinita di Dio, poiché per mezzo di Gesù Cristo, con l’opera della redenzione, ha manifestato il suo immenso amore a tutti gli uomini nel perdonare i nostri peccati e nel farci figli suoi. La redenzione è la prova che Dio ci ama ed ha misericordia di noi, perché ci perdona e ci ricolma di beni.

Nel suo libro Traduzione dei salmi e dei cantici del divino ufficio, nell’introduzione al salmo 129, S. Alfonso indica il senso fondamentale di questo salmo come espressione della fiducia del peccatore nella misericordia divina per mezzo di Gesù Cristo: «In questo salmo si considerano i giudeí prima della liberazione dalla schiavitù di Babilonia. Serve quindi per ogni peccatore che, oppresso dal peso dei suoi peccati, chiede aiuto a Dio». E il verso 7 S. Alfonso lo commenta cosí: «Qui il profeta indica il fondamento di tutte le nostre speranze, che è il sangue di Cristo, con il quale doveva redimere il genere umano. Porciò dice: perché la misericordia di Dio è infinita e ben può egli redimerci da tutti i nostri mali con abbondanti aiuti».

       La redenzione è copiosa non solo perché ci libera dal peccato e da tutti i suoi effetti, ma perché ci da anche vita nuova in Cristo. Ciò S. Alfonso lo esprime ponendo in relazione al verso 7 del salmo 129 con altri testi che parlano dell’«abbondanza» di grazia e di vita nuova, specialmente Gv 10,10: Io sono venuto perché abbiano vira e l’abbiano in abbondanza; e anche Rom 5,15: Ma con il dono non succede come con il delitto e Rom 5 20: Dove abbondó il peccato sovrabbondó la grazia.

      In sintonia con S. Alfonso, le costituzioni prendono la redenzione nel suo senso più ampio, quando, nella Cost. 6, descrivono i Redentoristi come «servi umili e audaci del Vangelo»: «Nel loro annuncio, proclamano la redenzione copiosa: cioè, l’amore del Padre “che ci ha amati per primo, ci ha mandato il suo Figlio come propiziazione per i nostri peccati” (1Jn 4,10), e vivifica con lo Spirito Santo coloro che credono im Lui. Questa redenzione prende la persona nella sua totalità, e perfeziona e trasfigura tutti i valori umani affinché tutto incontri la sua unità in Cristo (cfr. Ef 1,10; 1Cor 3,23) e sia condotto al suo fine: la terra nuova e il cielo nuovo (cfr. Apo 21,1)».

       In questo stesso modo si esprime il Papa Giovanni Paolo II nei suoi messaggi ai Redentoristi. In occasione del secondo centenario della morte di S. Alfonso (1987), il Papa invitava i Redentoristi a parlare in tutte le loro attività apostoliche «di Dio Padre, che è “ricco in misericordia”, e della “copiosa” redenzione di Cristo, Redentore dell’uomo». Più esplicitamente, in occasione del terzo centenario della nascita di S. Alfonso (1996), il Papa definisce il significato fondamentale della copiosa redenzione come la misericordia e l’amore di Dio all’umanità: «Bisogna mettere in risalto, come S. Alfonso, la centralità di Cristo come mistero della misericordia del Padre in tutta la pastorale. I Redentoristi non devono stancarsi mai di annunciare la copiosa redemptio, vale a dire, l’amore infinito con cui Dio in Cristo si inchina verso l’umanità, cominciando sempre da coloro che hanno più bisogno di essere sanati e liberati, perché sono i più condizionati dalle conseguenze nefaste del peccato».

       Come si vede, lo stemma della Congregazione, e specialmente il motto Copiosa apud eum Redemptio, hanno assunto oggi un’importanza maggiore che nel passato essendo considerati come una espressione molto accertata della identità e della missione della Congregazione del Santissimo Redentore.



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